Fede e tradizione di San Pantaleone a Miglianico tra storia e letteratura: il mio intervento di oggi al convegno della Confraternita

Questo pomeriggio, in una affollata cripta di San Pantaleone, la Confraternita della mia parrocchia ha tenuto un interessante convegno su “Fede e testimonianza. Dialoghi sul culto del santo martire Pantaleone, un santo tra Oriente ed Occidente”, che ha riletto da diverse angolazioni i 17 secoli di diffusione della devozione popolare nei confronti del nostro santo patrono. Ad intervenire sono stati il nostro parroco, don Gilberto, che ha compiuto un excursus storico-artistico sull’iconografia di San Pantaleone in Oriente ed Occidente, concentrandosi poi sulle immagini del santo custodite nelle nostre chiese, mons. Angelo Vizzarri, responsabile delle Confraternite dell’arcidiocesi di Chieti-Vasto, che ha tratteggiato i compiti e gli obblighi giuridici di una confraternita, e Aurelio Bigi, storico, che ha ripercorso la storia delle confraternite, in particolare quelle della nostra arcidiocesi. A me è toccato invece parlare delle connessioni tra San Pantaleone e Miglianico, dal punto di vista storico e letterario.

Poiché, come è normale, il convegno è slittato un po’ e i tempi sono stati contingentati ho promesso alla platea di pubblicare il mio intervento integrale così da completare quanto non ho potuto esprimere per motivi di tempo.

Questo dunque il mio intervento completo, preceduto dalle due domande che lo hanno intervallato:

Storicamente l’incontro tra Miglianico e San Pantaleone si realizza quasi per un caso delle vicende che si sono intrecciate all’epoca delle incursioni saracene sulle coste adriatiche, ma fin da allora ci sono testimonianze di fede che attestano l’immediata consonanza tra questo territorio e il santo di Nicomedia. Quanta storia c’è e quanta leggenda nel rapporto tra Miglianico e San Pantaleone?

Innanzitutto va sgomberato il campo da un equivoco storico di fondo: Miglianico è nata ben prima dell’arrivo del culto di San Pantaleone non sono sulle nostre colline, ma addirittura nella pianura, da dove esso si è irradiato. Questo lo si comprende bene anche grazie alla presenza, il 28 luglio, della festa di San Giulio, che si dice essere stato il patrono della nostra cittadina prima dell’arrivo di San Pantaleone. Che poi non sappiamo neppure a quale dei sette santi con il nome di Giulio ci si riferisca e che addirittura in tutti i documenti storici medievali presenti negli archivi della Curia Arcivescovile non si menzioni mai una “chiesa di San Giulio”, questo fa parte dei misteri della storia locale che non riusciremo oggettivamente mai a dipanare, almeno fino a quando non dovesse emergere qualche altra documentazione probante.

Miglianico è un paese di origine altomedievale, molto probabilmente, come anche diversi abitati della valle del Foro, iniziatosi a sviluppare attorno ad una torre d’avvistamento o una rocca di difesa in cima alla collina nel X secolo. A quel periodo infatti si riferiscono i resti più antichi rinvenuti in quella che oggi è la Dimora Storica Masci o Castello Baronale: dei conci di X e XI secolo, peraltro gravemente danneggiati dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, che hanno convinto anche i proprietari di quel che rimaneva del Castello a modificarne struttura e natura, per cui correttamente andrebbe chiamato ora “Dimora Storica”, tra l’altro di grande pregio architettonico, essendo un’opera creata dall’architetto Francesco Bonfanti.

In alcuni studi si afferma che la prima citazione del toponimo Mellianum in un documento ufficiale è del 1014, ma non può essere nel più volte richiamato Catalogus Baronum, poiché questa preziosa fonte documentale normanna, ordinata da Ruggero II di Sicilia per realizzare il censimento di tutti i suoi feudatari è del 1152. Nel corso della rivolta contro Guglielmo I del 1161, il Catalogo venne gettato, insieme a quasi tutti gli altri documenti amministrativi del Regno, nel grande falò acceso nel cortile del palazzo reale, e andò distrutto. Dopo la soppressione della rivolta, il Catalogo venne ricostruito — largamente a memoria, un’impresa titanica — da Matteo d’Aiello; l’opera venne completata nel 1166 sotto Guglielmo II.

Il nome della rocca evolve nei documenti in Molianico attestato nel 1308 dalle Rationes Decimarum Italiae e infine in Milianico nel 1325. E proprio in quel XIV secolo si attesta per la prima volta la presenza di San Pantaleone in una chiesetta in contrada Piane: siamo nel 1324; la citazione è in un catalogo dei possedimenti del monastero di San Tommaso de “Paterno”, che può identificarsi con l’odierna località nel Comune di Caramanico, e non a caso probabilmente la località delle Piane si chiamerà così anche per il cognome dei suoi abitanti, che potrebbe essere derivato dalla località di origine del monastero.

San Pantaleone e Miglianico incrociano le loro strade un secolo più avanti, a seguito di una scorreria di Saraceni, per timore della quale i buoni frati Basiliani (cioè devoti a San Basilio, quindi di formazione orientale, dove il culto di San Pantaleone è molto forte) nascosero la statua del santo nella famosa “Fornace di Caramanico” per poi traslarla, a pericolo scampato, sul colle di Miglianico, nella rocca ormai fortificata. Dopo il 1324, sono solo due le invasioni saracene attestate lungo la costa adriatica: la prima è del 1492, con l’attacco a Francavilla al Mare, ma senza alcun documento che attesta la penetrazione dei turchi verso l’interno; la seconda è la “grande scorreria” dell’estate del 1566, con a capo Pialì Pascià, che in primo luogo ridusse in macerie la chiesa di Santa Maria Maggiore a Francavilla (testimoniata per iscritto dalla visita pastorale del 1568) e poi si diresse verso l’interno risalendo il corso del fiume Foro e terrorizzando le popolazioni della pianura. Tra l’altro sono databili al 1566 sia la tradizione della “battaglia dei turchi con i cristiani” che celebra la resistenza di Tollo contro le truppe di Pialì Pascià, sia quella del “miracolo di Santa Margherita” a Villamagna, che ricorda come il paese venne risparmiato dai Saraceni.

Ora, quale delle due invasioni è quella che ha determinato la decisione dei frati Basiliani di nascondere in fretta e furia la statua di San Pantaleone nella famosa “fornace di Caramanico”? Sarebbe facile indicare la data del 1566, proprio per l’ampia documentazione che testimonia il passaggio dei Saraceni dal mare Adriatico verso l’interno. Tuttavia, se consideriamo la leggenda popolare che considera Santa Margherita, patrona di Villamagna, “sorella” di San Pantaleone, patrono di Miglianico, non possiamo che pensare che il nostro santo fosse già il protettore della nostra cittadina prima del 1566, quando già Santa Margherita era attestata come protettrice di Villamagna.

Quindi si può sostenere come ipotesi che i frati Basiliani, temendo che l’invasione del 1492, che aveva portato alla profanazione delle chiese di Francavilla, si allargasse fino alle vicine Piane, abbiano preventivamente nascosto la statua di San Pantaleone nella fornace di Caramanico, pensando di recuperarla in un secondo tempo, quando il pericolo turco si fosse allontanato. Evidentemente, nonostante il rapido ritiro delle truppe saracene in quell’estate del 1492, il pericolo era ancora incombente (in effetti, solo con la vittoriosa battaglia di Lepanto del 1571 le scorrerie turche sulle coste adriatiche cessarono definitivamente): per questo i frati decisero di riparare il prezioso simulacro del nostro santo nella chiesa sul colle di Miglianico, che era annessa al castello baronale.

Qui si innesta la leggenda popolare, secondo cui il curato dell’epoca non si preoccupò di assegnare un posto d’onore alla statua, anzi, essa fu relegata nella sacrestia della cappella, ma per tre giorni consecutivi il simulacro fu ritrovato al centro della chiesa con lo sguardo rivolto verso la contrada Piane (così come oggi quando San Pantaleone è chiuso nella sua “nicchia”), segno che il santo voleva essere onorato come meritava: una leggenda che spiega forse come in breve tempo il culto di San Pantaleone soppiantò quello di San Giulio come protettore di Miglianico.

Le testimonianze che abbiamo della fede del popolo miglianichese verso il proprio santo patrono non sono solo racchiuse nei racconti popolari e negli ex voto che affollano le stanze di questa stessa cripta, ma sono anche diffuse qua e là nella letteratura e nella cronaca. Riprendendo il filo di queste segnalazioni, come è visto dall’esterno il culto di San Pantaleone a Miglianico?

Da questa domanda si apre un mondo quasi parallelo e certamente poco lusinghiero per noi miglianichesi. Arte e letteratura paiono allearsi per indicare la fede dei contadini miglianichesi per il proprio santo patrono così profonda che sfocia nel fanatismo cieco. Due sono i pilastri di questa rappresentazione, non a caso coevi e non a caso amici fraterni: Francesco Paolo Michetti e Gabriele d’Annunzio. Il primo ha dato fama internazionale alla processione dei fedeli che andavano a sciogliere il loro voto a San Pantaleone e che fino alla Seconda Guerra Mondiale era regolarmente celebrata al 27 luglio: “Il Voto”, infatti, la tela più conosciuta del pittore abruzzese, l’unica conservata in una Galleria d’Arte internazionale, eterna in un quadro dalle grandi dimensioni una scena che ha dovuto assolutamente impressionare l’artista che con una tecnica del tutto innovativa fotografava i suoi soggetti prima di mettere i pennelli in opera. Osservazione non casuale, perché Michetti passò un brutto quarto d’ora qui a Miglianico proprio per questa sua passione. Lo racconta il “Corriere della Sera” nel 1910, nel supplemento La Lettura, dedicato al grande artista, protagonista in quell’anno della Biennale di Venezia.

Ci stupisce quindi che “Il Voto” esprima una religiosità primitiva, barbara, carnale e bestiale, come affermano i critici nel commento dell’opera? E ci stupisce che Gabriele d’Annunzio, nella cerchia di Michetti da sempre e sicuramente ascoltatore di qualche racconto del pittore di questa sua disavventura miglianichese, pochi anni dopo, abbia dato il titolo di San Pantaleone al racconto più cruento di cieca religiosità della sua raccolta che porta il titolo del nostro santo patrono, poi modificato addirittura in “Gli Idolatri” nelle “Novelle della Pescara”? Ovviamente non compare il nome di Miglianico e dei miglianichesi, nascosti in “Radusa” e “radusani”, tuttavia basta leggere la descrizione delle reliquie che i fanatici venerano per comprendere che siamo di fronte alla rappresentazione del busto di San Pantaleone trafugato dai nazisti e immortalato da Michetti e del braccio argenteo che tuttora portiamo in processione il 27 luglio. Ma prima della novella, viene il d’Annunzio giornalista che in un numero del “Fanfulla della Domenica” del 1885, racconta con malcelato sdegno la processione immortalata da Michetti:

Solo Ettore Janni, in una novella del 1898, “La vecchia fede”, riesce a ritrasmettere qualche scampolo della fede genuina dei miglianichesi, ma tradendo comunque un giudizio poco lusinghiero sulle modalità di esternazione della stessa. Tra l’altro, Janni dimostra di cogliere bene l’emozione di quello che è il rito più sentito oggi dai miglianichesi, l’unico sopravvissuto degli anni preconciliari: l’uscita del santo dalla teca, la cosiddetta “nicchia”, il 26 luglio:

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