A margine del nuovo contratto degli insegnanti… spunti di riflessione da una discussione Facebook

Il recente accordo sul contratto degli insegnanti ha fatto riemergere il solito dibattito sulla qualità della scuola, sul lavoro dei professori e dei maestri, ripetendo triti luoghi comuni (che propalavo anch’io ai tempi in cui ero giornalista, senza aver mai messo piede in un’aula scolastica, ossia appena tre anni e mezzo fa). Discutendo con amici su un post intelligentemente polemico e provocatorio, ho articolato una riflessione lunga che sta diventando oggetto di dibattito su diversi social network, pertanto ne propongo una versione estesa, inaugurando di fatto anche una sezione di riflessioni scolastiche sul mio blog, che finora era stato solo mezzo di raccolta di idee e di valutazioni della mia professione giornalistica.

L’aumento contrattuale andava comunque sottoscritto in quanto la vacanza di 9 anni non è accettabile per qualsiasi tipo di categoria. Ciò che mi fa rimanere davvero perplesso, se non sconcertato, è la scelta, tutta politico-elettoralistica, di dare solo aumenti lineari e a pioggia, addirittura utilizzando il 50% di quel fondo per il merito che era tra le poche (anche se timidissime e realizzate in concreto molto male) idee buone di una “Buona scuola” dalle poche luci e dalle molte ombre.
Sono nel mondo della scuola da poco più di tre anni e mezzo e da buon giornalista ho colto subito alcuni vizi della classe insegnante, che minano alla base una qualsiasi idea di miglioramento e di progresso. Uno di questi è senza dubbio la cieca ed assurda lotta contro l’Invalsi, che è criterio di giudizio molto valido, a mio parere. Ciò nasconde un timor panico, ingiustificato ed ingiustificabile, di essere giudicati per il lavoro che si fa, di essere “comparati”, di essere sottoposti al vaglio di una verifica, che è doverosa perché noi insegnanti abbiamo a che fare con il materiale umano più delicato ma più importante, cioè il futuro del nostro Paese.
Tuttavia, non si può disconoscere il fatto che il lavoro dell’insegnante sia sottopagato, socialmente denigrato e sostanzialmente incompreso. Io stesso, prima di entrare nei ruoli della scuola, mi scagliavo contro i “professori con le vacanze assicurate e con il lavoro solo mattutino”, scoprendo invece solo dopo che chi ha passione per i ragazzi (ed io credo di averne, grazie anche alla lezione dell’AC), dedica gran parte della settimana, se non tutta, alla scuola.
Per non farla lunga e per essere concreto, farei una proposta: ogni insegnante lavori come un qualsiasi dipendente pubblico. Strisci il badge alle 8 tutte le mattine, dal lunedì al venerdì, faccia la pausa pranzo alle 14, rientri alle 15 in ufficio (a scuola) e lavori lì fino alle 17. Correzioni, preparazione di lezioni, riunioni collegiali, incontri con le famiglie, aggiornamento e formazione siano fatte tutte in questo arco temporale. Alle 17 si striscia il badge e si torna a casa e non si pensa più a null’altro (compiti in classe e libri tutti lasciati a scuola). Sabato e domenica liberi come ogni altro dipendente pubblico. 34 giorni di ferie, sabati e domeniche esclusi come tutti gli altri dipendenti pubblici, solo che le ferie siano concentrate obbligatoriamente in corrispondenza delle feste natalizie, pasquali e del mese di agosto. Questo significa che a scuola dovremmo trovare non solo aule, ma edifici per lavorare davvero, attrezzati e pronti ad ospitare tutte le necessità dei lavoratori.

[grazie all’amico Giulio Petrucci per lo spunto “polemico” che mi ha attivato questa riflessione]

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