Dieci anni senza don Vincenzo

Don Vincenzo montagna

Oggi abbiamo ricordato un anniversario triste e festoso insieme: dieci anni fa, alle prime luci dell’alba, si chiudevano per sempre gli occhi di don Vincenzo Pizzica, l’amato parroco del mio paese che era arrivato qui nel 1950 e non aveva più lasciato Miglianico.

In questa occasione ripropongo il mio testo scritto due anni fa nell’ottavo anniversario della sua morte e pubblicato sul sito di Viva Miglianico: un ricordo sentito e ancora vivo nella mia memoria.

“E mi raccomando: date una mano al nuovo parroco”: sono queste le ultime parole che l’amatissimo don Vincenzo mi rivolse a metà settembre del 2005, dopo la consueta messa feriale delle 19.00. Ero andato da lui non tanto per risolvere alcune delle tante questioni parrocchiali nelle quali ero impegnato, quanto per sapere un po’ come stava e per confessargli finalmente che anch’io non avevo capito e non capivo la scelta di trasferire tutte le attività nella nuova sede di San Rocco e di abbandonare completamente la vecchia chiesa di San Michele Arcangelo alla quale anch’io, come moltissimi miglianichesi, ero e sono affezionato. Mi ero defilato un po’ dall’impegno domenicale, in quell’anno che è intercorso tra la dedicazione della nuova chiesa e l’ingresso di don Amerigo Carugno come nuovo titolare della parrocchia: lui lo sapeva, ma non mi aveva mai detto nulla apertamente, come aveva sempre fatto, poiché sapeva che prima o poi gliel’avrei detto, come capitava sempre quando non ero d’accordo con lui.

La maggior parte delle volte i “pesi” di questo genere li “scaricavo” in montagna, quando sul far della sera lo trovavo come sempre assorto in preghiera seduto sul “Calvario” della casa di Mirastelle: ma anche quella casa non c’era più, venduta per completare la costruzione della chiesa di San Rocco. Pure quella ferita, molto più pesante, gli rimproveravo.

Ebbi modo di parlare con lui tanto tempo: quasi presagisse che stava per andarsene, mi trattenne più del solito, chiedendomi anche cose della mia vita personale, cosa che normalmente non faceva, ma aveva capito che in quel periodo ero particolarmente triste. Mal’ultima parola non fu né per me né per lui, ma per la Chiesa, la Madre che sempre profondamente aveva amato e che ci aveva fatto amare al di là delle contingenze, delle persone, degli edifici sacri: “Date una mano al nuovo parroco”.

Non c’era spazio per rancori o personalismi: in Chiesa si serve, e si serve nel posto in cui si viene chiamati e con le persone che ci sono.

Un insegnamento che in quelle poche parole, dette tra un saluto e uno sguardo, non ho dimenticato: dalla domenica successiva non sono mai mancato alla messa comunitaria nella chiesa di San Rocco, che ho imparato a riconoscere come “sede” del mio servizio ecclesiale alla parrocchia. Mi e ci ha insegnato ad essere “obbedienti in piedi”: docili al servizio, pronti a spenderci fino in fondo, capaci di ragionare sulle cose e di avere una posizione personale ma anche di saperla abbandonare per rimetterci nelle mani di chi aveva una visione generale più ampia della nostra.

Oggi sono passati otto anni da quella mattina in cui il Signore lo ha richiamato a sé, circondato dalle preghiere dei suoi parrocchiani, e giorno dopo giorno sperimento – ma noto come non sia solo una mia sensazione – quanto le sue parole siano penetrate in me: sempre più spesso mi trovo a dover ricordare una delle sue massime, a ripetere qualcuna delle sue illuminanti parole, a far riemergere episodi e commenti nel momento in cui si prende una decisione.

Don Vincenzo è stato davvero – come ho intitolato, grazie all’intuizione dell’amico Luca Vincenzo Di Clerico, il libretto che ad un anno dalla morte la parrocchia ha voluto dedicargli e che ho assemblato io con l’aiuto di tanti che l’amarono – un “uomo che guardava lontano”, così tanto che i suoi insegnamenti, le sue intuizioni, le sue testarde decisioni sono validi ancora, costituiscono un lascito importante per la nostra comunità parrocchiale e civile.

Io non sono mai riuscito a dagli del “tu”, mi vergognavo a dargli del “lei”, quindi gli davo del “voi”, riesumando solo per lui la consuetudine imposta dal fascismo (che riteneva troppo molle ed effeminato il “lei”) ed imparata dal mio bisnonno che così si rivolgeva alle persone di un certo rango, ma davvero, oggi più che mai, sento di avergli voluto bene e di volergli un gran bene, così come la stragrande maggioranza dei miglianichesi, un popolo che ha servito con grande dedizione per 55 anni, da quando, nel brumoso novembre del 1950 arrivò per la prima volta sul sagrato della chiesa di San Michele Arcangelo a cavallo della sua rombante motocicletta. Quando Letizia (Rosa) e Peppinella (Volpe) mi raccontarono questo particolare, mentre raccoglievo le testimonianze che avrebbero poi composto il libretto “Un uomo che guardava lontano”, non riuscivo a capacitarmi di come don Vincenzo potesse girare in motocicletta per Miglianico ma poi ripensando a quante volte l’ho visto sulle impalcature della chiesa a dipingere, imbiancare, aggiustare lampadine, rimettere a nuovo fili elettrici, riparare condutture, non ci vidi nulla di strano e un sorriso, anzi una risata, me la sono fatta pure io.

Chissà se in paradiso è entrato rombando su quella motocicletta!

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