Deontologia professionale, questa sconosciuta (sempre più spesso): il caso Parolisi (e non solo)

Nelle ultime settimane l’universo mondo dei giornalisti, compreso me, ovviamente, si è concentrato sulla questione dei pubblicisti e sulla riforma dell’Ordine, spendendo numerose energie intellettuali e polemiche su un punto che, in effetti, ha suscitato clamore, ma che costituisce solo uno degli argomenti su cui riflettere e che, tutto sommato, riguarda noi come categoria, senza grandi ripercussioni all’esterno.

Ciò che invece è fondamentale per la “funzione sociale” del giornalista è la deontologia professionale, che è quel sistema di regole e di tutele che ci siamo dati da soli come categoria e che costituisce una delle principali materie di studio per i pubblicisti (almeno qui in Abruzzo, dove il colloquio per iscriverli verte essenzialmente su questi temi) e per i professionisti (un intero libro del “corso” è dedicato ad essa). 

Da tempo le storie della cronaca nera italiana mettono a dura prova la tenuta della deontologia professionale, tanto che ormai tragicamente ci siamo “abituati” alla violazione delle più elementari norme contenute nelle “Carte” che dal 1990 l’Ordine dei Giornalisti, molto spesso in concorso con la Federazione Nazionale della Stampa Italiana ed altri organismi, ha approvato, facendo della nostra categoria un vero baluardo avanzato dei diritti e delle tutele del pubblico, che è comunque il nostro riferimento (o, come si dice spesso, “il nostro vero editore”).

La più oltraggiata delle carte deontologiche è proprio la prima, quella “Carta di Treviso”, che tutela proprio chi più ne ha bisogno, i minori.

In Abruzzo, in particolare, ma non solo (visto il clamore della vicenda) siamo stati investiti negli ultimi mesi dal ciclone del delitto di Melania Rea, una bruttissima storia di cronaca che coinvolge, purtroppo, anche una bambina molto piccola, per la quale sarebbe stato doveroso usare la massima cautela e seguire alla lettera di dettami della “Carta di Treviso”, che come primo principio pone il seguente:

 

a) il rispetto per la persona del minore, sia come soggetto agente, sia come vittima di un reato, richiede il mantenimento dell’anonimato nei suoi confronti, il che implica la rinuncia a pubblicare elementi che anche indirettamente possano comunque portare alla sua identificazione;

 

Ebbene, sfido chiunque a dirmi se non conosce il nome della figlioletta di Salvatore Parolisi e Melania Rea, che quasi tutti i mezzi di comunicazione, a partire dalle agenzie di stampa, hanno dato senza preoccuparsi poi tanto di quanto prescrive la nostra carta deontologica (e il buon senso).

Ad una mia richiesta, come consigliere dell’Ordine, di avere delle delucidazioni da parte dei media abruzzesi sul loro comportamento in occasione della “guerra” giudiziaria, avvenuta ad inizio dicembre, per l’affidamento della piccolina, la risposta che ho registrato come la più frequente è stata: “Ci siamo limitati a riportare quanto hanno scritto le agenzie”. Come se fosse una giustificazione! Se c’è una cosa che mi hanno ossessivamente insegnato nel mio praticantato è che non esistono fonti privilegiate e che il giornalista verifica e vaglia le notizie ricevute sempre, foss’anche una “velina” del Ministero dell’Interno o un comunicato della Presidenza della Repubblica.

Per questo, non mi stupisce il fatto che il mio presidente regionale, Stefano Pallotta, e il presidente nazionale, Enzo Iacopino, abbiano sentito l’esigenza, alla vigilia del primo incontro tra Salvatore Parolisi e la figlioletta, di richiamare tutti i mezzi di informazione al rispetto della deontologia professionale con questo comunicato:

 

«Non trasformiamo in spettacolo un altro momento di una tragedia che coinvolge una minore»: è l’appello dei presidenti dell’Odg dell’Abruzzo, Stefano Pallotta, e dell’Ordine nazionale dei giornalisti, Enzo Iacopino. Pallotta e Iacopino fanno riferimento al fatto che lunedì 9 gennaio, Salvatore Parolisi incontrerà la figlia nel carcere di Teramo dove è richiuso con l’accusa di aver ucciso la moglie Melania Rea. «Proviamo a spegnere per un attimo i riflettori – è scritto in una nota della presidenza Odg – senza alimentare una morbosità che nessun contatto ha con il dovere dell’informazione. Un padre incontra dopo sei mesi la figlia alla quale avrebbe ucciso la madre. L’incontro avviene in un carcere, luogo scelto dai magistrati con procedure che lasciano perplessi perchè prevedono che la bimba sia affidata ad una assistente che non ha mai visto prima e da questa portata in prigione. Bastano poche parole per riferirlo, senza enfasi ma con rispetto per tutte le persone che sono coinvolte in questa tragedia. A cominciare da quello che dobbiamo ad una bambina e a chi di lei si sta prendendo cura».

 

Parole di buon senso, che non sarebbero neppure dovute servire, proprio perché anche senza “Carta di Treviso” dovrebbe bastare il buon senso.

Vogliamo parlare dell’altro episodio di grave mancanza deontologica (oltre che di pietà e di buon senso)? Quello che ha coinvolto il “Corriere della Sera” e il “Corriere del Mezzogiorno” che hanno pubblicato sulla loro edizione online le foto del cadavere di Sarah Scazzi estratto dal pozzo dove lo zio, Michele Misseri, l’aveva occultato. Su questo episodio si è già scritto e detto tanto, quindi non ne parlo, se non, appunto, a titolo esemplificativo.

Se neppure i giornalisti – professionisti o pubblicisti in questo caso non fa differenza perché tutti apparteniamo alla categoria e siamo tenuti al rispetto della deontologia – sono capaci di fare il loro mestiere, di essere rispettosi non solo delle regole ma anche del buon senso, allora davvero diventano giustificabili le voci che si ergono a censori dell’esistenza dell’Ordine dei Giornalisti. A questo punto, se non abbiamo regole deontologiche né un Ordine che ci sanziona, cosa ci distingue dai sempre più adorati “citizen journalist”?

In un’intervista che mi hanno fatto l’8 ottobre 2010 ad Ascoli Piceno, richiamavo soprattutto la deontologia e il controllo dell’Ordine dei Giornalisti come elemento decisivo di discrimine tra i giornalisti e i “citizen journalist”. Come allora, anche oggi sono convinto che il rispetto della deontologia, la capacità di vagliare criticamente le notizie, la professionalità nel proporle al pubblico e il controllo dell’Ordine siano i principali motivi che giustificano l’esistenza di una categoria a cui si accede con regole precise e con un esame di Stato.

Tuttavia, prima ancora delle Carte deontologiche, agli albori della costituzione in Italia dell’Ordine dei Giornalisti, un alto richiamo alla responsabilità di tutti coloro che operano con i mezzi di comunicazione sociale era venuto da quello che io considero il più grande evento rivoluzionario (non solo religioso, ma anche culturale e sociale) del XX secolo, il Concilio ecumenico Vaticano II (i cui documenti non sono ancora penetrati appieno nella coscienza comune).

Il Concilio ha dedicato un intero decreto, l’Inter Mirifica, ai mezzi di comunicazione sociale, consapevole – prima di molte altre “agenzie culturali” e di tutti i gruppi sociali e politici – che essi sarebbero stato il terreno di sviluppo, di scontro, di incontro, di crescita, del “mondo nuovo”.

Al numero 11 dell’Inter Mirifica, i padri conciliari così scrivono:

 

Speciali responsabilità morali circa il retto uso degli strumenti di comunicazione sociale incombono sui giornalisti, gli scrittori, gli attori, i registi, gli editori e i produttori, i programmisti, i distributori, gli esercenti e i venditori, i critici e quanti altri in qualsiasi modo partecipano alla preparazione e trasmissione delle comunicazioni. È evidente, infatti, quali e quanto grandi responsabilità pesino su di loro nell’evolversi della società odierna, avendo essi la possibilità di indirizzare al bene o al male l’umanità con le loro informazioni e pressioni.

Dovranno pertanto conciliare i propri interessi economici, politici ed artistici in modo da evitare ogni opposizione al bene comune. Per raggiungere più facilmente questo intento, faranno bene a dare la loro adesione a quelle associazioni professionali capaci di imporre ai loro membri –se necessario anche impegnandosi all’osservanza di un «codice morale»– il rispetto dell’onestà nelle loro attività e doveri professionali.

 

Già da allora la Chiesa indicava nel “codice morale”, ossia la deontologia, lo strumento che l’informazione doveva utilizzare per esprimere tutto il proprio potenziale al servizio del mondo per il bene comune.

Da fedele cristiano, ma soprattutto da giornalista, mi sento impegnato al rispetto di quel complesso di norme che noi stessi ci siamo dati, la nostra deontologia professionale, ciò che fa di me e dei colleghi un Giornalista (con la g maiuscola, appunto!).

 

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