Miglianico paese dell’accoglienza: il mio intervento a Sant Esteve Sesrovires per il progetto F@stEurope

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Ho avuto occasione, nel finesettimana dal 2 al 4 giugno scorsi, di poter partecipare al progetto “F@stEurope” che ha visto impegnati i Comuni di Miglianico e di Sant Esteve Sesrovires, cittadina di circa settemila abitanti a una ventina di chilometri da Barcellona, nella regione autonoma spagnola della Catalogna: quattro incontri in un mese per far dialogare le associazioni attive nelle due realtà, che hanno molte caratteristiche in comune per territorio, economia, socialità.

Il mio intervento, in qualità di presidente del Gruppo di Studio per la Promozione della Cultura del Comune, è stato inserito nell’ambito dell’incontro dedicato al tema “Noi e loro”, che era incentrato sull’inclusione, l’accoglienza e il problema dei rifugiati.

Ha aperto la sessione dedicata a Miglianico il presidente del gruppo consiliare di maggioranza, Massimo Sulpizio, che ha dato una cornice istituzionale agli interventi. Subito dopo ho preso la parola per il mio quadro storico-sociale dell’accoglienza a Miglianico, che ho dovuto ricostruire per metterlo agli atti.

Eccolo:

Il tema scelto per questo confronto è particolarmente sensibile e delicato in Italia: per questo occorre prima dare uno sguardo d’insieme sul fenomeno dei rifugiati e dei migranti, partendo necessariamente da qualche dato numerico.

Nel 2015, l’Italia ha accolto complessivamente 153 mila migranti, giunte sulle coste per lo più della Sicilia, mentre l’anno scorso ad essere sbarcati sono stati 181 mila, con un incremento del 18%. Nel marzo 2016, però, è intervenuto l’accordo dell’UE sulla ripartizione dei migranti nei 27 Stati membri, che prevedeva che 160 mila sbarcati sulle nostre coste sarebbero dovuti essere accolti dagli altri partner europei. Di quei 160 mila, solo 5.000 hanno trovato accoglienza, il 3%. La Spagna ne accoglie solo 500, per lo più provenienti dalla Grecia e sistemati proprio qui in Catalogna. Austria, Ungheria e Polonia non ne hanno accolto neppure uno e hanno contestato pesantemente l’accordo di marzo.

Questa situazione sta facendo vacillare il sentimento europeo del popolo italiano, già indebolito dalle politiche di austerità di bilancio portate avanti dalla Commissione Europea: se non c’è neppure solidarietà nell’UE – così si ragiona a livello popolare – perché rimanere nell’Unione?

Tuttavia, l’Italia rimane un Paese accogliente, sia per il carattere proprio della sua popolazione, sia per il prestigio e l’influenza di papa Francesco, che con l’esempio più che con le parole, dimostra la sollecitudine della Chiesa e dei cristiani nei confronti dei migranti e dei rifugiati. Si potrebbe dire, parafrasando il titolo dell’iniziativa di questa sera, che lo sforzo che stiamo facendo è quella di vedere la situazione non come un “Noi e Loro”, ossia in contrapposizione, ma con un “Tutti Noi”.

Veniamo alla situazione di Miglianico.

I miei concittadini parleranno più dettagliatamente di quanto le associazioni presenti sul territorio fanno per essere vicini alle esigenze di tutti. A me spetta fare un quadro storico-sociale sulla nostra realtà.

Si potrebbe dire che Miglianico nasce e cresce come “paese dell’accoglienza”. Lo dicono i dati storici e i dati delle leggende popolari che, come si sa, rielaborano realtà consolidate.

Miglianico nasce come borgo fortificato nel Medioevo: già nel XII secolo ci sono documenti che attestano l’esistenza del castello, che secondo alcune tradizioni dovrebbe essere sorto nel X secolo (c’è chi ipotizza addirittura un anno: 987). Una leggenda popolare ricorda che questo castello sia sorto da una storia d’amore e di accoglienza come ricovero di una coppia un po’ anticonformista per quell’epoca!

Un’altra leggenda, questa con maggior fondamento storico, narra di un piccolo villaggio che distava un miglio dal colle di Miglianico, Sauria, che nel XIV secolo venne attaccato dai Saraceni che lo distrussero tutto: gli abitanti trovarono ricovero proprio nelle sicure mura del castello, che grazie a quell’episodio iniziò ad avere un borgo attorno.

Anche il nostro santo Patrono, san Pantaleone, è stato a suo modo un rifugiato a Miglianico: nel 1492, all’epoca della penultima scorreria saracena in terra abruzzese, la statua di san Pantaleone, un santo di tradizione orientale, del tutto alieno dalle consuetudini della nostra terra, venne nascosta e poi rifugiata nella cappella baronale del castello di Miglianico, primo nucleo dell’attuale chiesa di San Michele Arcangelo. Il nostro popolo fu così accogliente da abbracciare come santo patrono proprio quel martire orientale poco o per nulla conosciuto, relegando san Giulio, il patrono precedente, ad un ruolo subordinato.

Anche quella che oggi è la famiglia più ricca del paese, i Ciavolich, è stata accolta a braccia aperte dai miglianichesi; siamo nel XVI secolo e questa famiglia di mercanti proveniva dall’Ungheria, dove l’Impero Ottomano ormai stava dilagando. Per sfuggire al dominio turco, i Ciavolich emigrarono e trovarono rifugio a Miglianico e qui impiantarono i germi della loro fortuna, prima con il commercio poi con l’agricoltura.

Anche la famiglia nobiliare che ha dominato il feudo di Miglianico, i Valignani, ha in sé il germe dell’accoglienza: uno dei figli cadetti di questa famiglia è Alessandro, gesuita e missionario, che organizzò l’evangelizzazione dell’estremo oriente, affidando al collega Matteo Ricci la Cina e tenendo per sé il Giappone. Fu Alessandro Valignani a favorire l’incontro tra la cultura giapponese e il cristianesimo, a prescrivere ai suoi confratelli di rispettare la cultura del popolo che andavano ad evangelizzare, di conoscerla e di trovare le similitudini tra essa e la fede cristiana, per un approccio rispettoso e aperto. Purtroppo, le incomprensioni con le gerarchie ecclesiastiche del tempo (siamo nel XVII secolo) e poi i sospetti che portarono alla soppressione della Compagnia di Gesù non permisero di far attecchire un metodo di evangelizzazione che stava portando numerosi frutti in Estremo Oriente.

Tuttavia, noi miglianichesi siamo accoglienti, ma anche in grado di essere fermi nei nostri principi quando vengono attaccati i nostri valori e le nostre convinzioni: è quanto accadde nel dicembre 1798, quando con stoica sopportazione ci opponemmo inutilmente all’invasione dei Francesi “senza Dio” che devastarono la nostra comunità, come la maggior parte di quelle circostanti, anche perché erano guidate dagli abitanti dell’unico borgo che aveva aperto le porte ai soldati rivoluzionari.

Ci sarebbero tanti altri esempi da fare, che rendono nella storia Miglianico un esempio di inclusione e di accoglienza, ma credo che sia venuto il momento di lasciare la parola ai miei concittadini per descrivere ciò che oggi Miglianico fa per accogliere e rendere piacevole e sostenibile il restare nel nostro paese.

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