Due libri “gastronomici” di cultura
Ho appena finito di leggere, uno dietro l’altro, due libri che si interrogano sul senso profondo del cibo: “Il cibo come cultura” di Massimo Montanari e “Mangiare come Dio comanda” di Elisabetta Moro e Marino Niola.
Li ho scelti per approfondire alcune delle tematiche che, come Accademia Italiana della Cucina – Delegazione Chieti, abbiamo affrontato e portiamo avanti nei nostri incontri e nelle nostre riflessioni conviviali. E devo dire che entrambi i testi hanno confermato, con argomenti solidi e affascinanti, un’intuizione che spesso viviamo senza forse tematizzarla del tutto: a tavola non ci si limita a nutrirsi.
Il cibo è linguaggio. È il modo in cui una comunità racconta se stessa, trasmette valori, definisce regole di comportamento e traccia i confini di appartenenza a un gruppo sociale. Questo vale oggi come valeva nei tempi antichi: dai banchetti rinascimentali alle nostre tavolate domenicali, mangiare insieme è sempre stato un atto che va oltre il biologico, per farsi gesto identitario e culturale.
C’è poi un altro punto che trovo particolarmente illuminante, e in un certo senso liberatorio: l’idea stessa di una “cucina delle origini”, pura e incontaminata, è un mito. Non esiste, nei fatti, una tradizione gastronomica ferma e immutabile. Ogni tradizione, per essere davvero viva, procede per innovazioni successive, per incontri, contaminazioni, scambi. Quella che oggi chiamiamo “tipica” è semplicemente la fotografia di un momento di un processo che non si è mai fermato, e che continua a trasformarsi anche adesso, sotto i nostri occhi.
Due letture che arricchiscono lo sguardo con cui, come Accademia, ci avviciniamo alla cucina italiana: non un museo da custodire immobile, ma una storia viva, fatta di persone, incontri e continue reinvenzioni. Perché fare Accademia Italiana della Cucina non è solo mangiare, ma è principalmente fare cultura (da non dimenticare mai!).