“La scelta” di don Alberto Ravagnani: riflessioni e dubbi di un addio
Ho incontrato Alberto Ravagnani a Trieste, nel luglio del 2024, durante le Settimane Sociali dei Cattolici Italiani. Era ancora don Alberto, allora, e oggi, dopo aver letto il suo libro, “La scelta”, grazie ad un’offerta lampo di Amazon Prime, so che allora era già nel mezzo del suo dilemma che ha narrato nel testo. Lo ricordo come un giovane capace di parlare con una franchezza che non sempre si incontra negli ambienti ecclesiali: diretto, intelligente, con quella capacità rara di intercettare le domande delle persone senza semplificarle. Non era il tipo che mette tutto a posto con una risposta rassicurante. Era, ed è (da quello che ho potuto ricavare dalla lettura), qualcuno che “abita” le domande.
Ho letto il suo libro nel modo in cui credo si debba leggere qualunque testimonianza seria: senza la fretta di approvare o condannare, ma con la disponibilità a lasciarsi interrogare.
La prima cosa da dire è la più semplice, e forse la più importante: la scelta di Alberto Ravagnani è sua. È una scelta personale, maturata nel tempo, motivata nel libro con onestà e con una chiarezza che non fa sconti neppure a sé stesso. Si percepisce, leggendo, il travaglio reale di un uomo che ha cercato a lungo, e anche seriamente, di essere prete a modo suo, nella sua libertà, nel suo stile. Non si è sottratto, non è fuggito al primo ostacolo. Ha provato. Ha resistito. E poi ha scelto diversamente.
Non è compito mio, né di nessun altro, giudicare questa traiettoria dall’esterno. Sarebbe irrispettoso verso la profondità di un percorso che lui solo conosce davvero dall’interno. E poi a cosa servirebbe? Le “condanne a buon mercato” sono uno dei passatempi più diffusi e più inutili che esistano, soprattutto quando riguardano la coscienza altrui.
Detto questo, il pensiero è un’altra cosa dalla condanna. Si può rispettare una scelta e al tempo stesso nominarla, collocarla, metterla in relazione con ciò che quella scelta implicava prima di essere compiuta. Questo mi sento in dovere di fare, non contro Alberto Ravagnani, ma insieme alle sue domande.
Il libro non è soltanto la narrazione di un “addio”. È anche (ed è questa la parte che trovo più preziosa) una serie di interrogativi che Ravagnani pone alla Chiesa con una lucidità che merita ascolto pieno. Domande sulla liturgia percepita come distante e incomprensibile, sulla difficoltà della Chiesa di parlare all’uomo e alla donna del nostro tempo senza sembrare un reperto da museo e, immancabile, forse perché legata all’esperienza personale, sul celibato obbligatorio. Domande sul clericalismo, sulla solitudine del prete, sulla frattura tra la vita reale e il linguaggio ufficiale dell’istituzione.
Queste domande non sono nuove. Ma il fatto che vengano poste con questa voce, in questo momento, da qualcuno che ha scelto di uscire piuttosto che di tacere, conferisce loro un peso che sarebbe disonesto ignorare. La Chiesa, come istituzione e come popolo di Dio, ha il dovere di non voltarsi dall’altra parte. Anzi, ha il dovere di mettere queste domande al centro, non ai margini, del proprio discernimento.
Ravagnani lo scrive chiaramente, e su questo ha ragione piena: il messaggio di Cristo non cambia. Ciò che deve cambiare è la nostra capacità di incarnarlo nella storia, di renderlo comprensibile e vitale per la donna e per l’uomo del nostro tempo. È una frase che sottoscrivo senza riserve. La fedeltà al Vangelo non è sinonimo di immobilismo. La Tradizione non è un fossile, è un organismo vivo.
Ma, ed è qui che mi separo dalla conclusione che Ravagnani ne trae, questo non significa che la risposta giusta sia disarticolare il cammino compiuto finora, né che l’urgenza del rinnovamento autorizza a “bypassare” il peso e il senso di ciò che si è promesso e scelto. Riformare non è lo stesso che rinnegare. E incarnare il Vangelo nella storia richiede continuità, non solo rottura.
C’è un passaggio del libro, quello dedicato alla liturgia, che mi ha fatto riflettere a lungo perché l’autore coglie qualcosa di reale: troppe celebrazioni sembrano vecchie, lontane, incomprensibili a chi non ha già gli strumenti per entrarci. Il rito, quando diventa routine senza contemplazione, rischia di diventare rumore di fondo. È vero. E fa male sentirlo, ma è vero.
Il problema è che la soluzione proposta mi appare affrettata. C’è il rischio, in certe letture della liturgia come “problema da risolvere”, di buttare il bambino con l’acqua sporca. La liturgia non è semplicemente comunicazione. È memoria, è corpo, è simbolo che porta in sé secoli di umanità orante. Le sue forme non sono ornamenti intercambiabili: sono la lingua in cui generazioni di persone hanno imparato a dire “Dio”. Riformarla (e la riforma è necessaria, su questo la Chiesa stessa si interroga da decenni) è un’operazione che richiede cura, profondità, rispetto della complessità. Non uno scrollone per modernizzare l’immagine.
Arrivo al punto che, per me, rimane il più difficile da eludere. Non si tratta di un giudizio morale su Alberto Ravagnani come persona. Si tratta di un dato strutturale che la sua stessa storia chiama in causa.
La sua scelta di libertà attuale va a negare (e lui lo sa, e non lo nasconde) una scelta di vita e di consacrazione già fatta in precedenza. Il sacerdozio non è un contratto a tempo determinato. È una promessa che si fa a Dio e alla comunità. Chi la fa sa (o dovrebbe sapere) che è irrevocabile non perché lo dica il Codice di Diritto Canonico, ma perché questa è la natura di certe scelte: plasmano chi siete, non solo cosa fate.
Questo non significa che (don) Alberto abbia sbagliato a uscire. Se la sua condizione di prete lo ingabbiava, bene ha fatto a scegliere diversamente: sarebbe stato peggio, per lui e per la comunità, restare in un ruolo vissuto come prigione. Quello che voglio dire è che la narrazione della “libertà assoluta” come criterio ultimo, ossia la libertà come valore che sovrasta ogni impegno assunto, è una narrazione che merita di essere guardata con qualche cautela. Perché la libertà autentica non è assenza di vincoli: è la capacità di rimanere fedeli a ciò che si è scelto con tutto se stessi, anche quando è difficile. E quando questo non è più possibile, la scelta di uscire può essere giusta, ma rimane una scelta che rompe qualcosa, non una liberazione senza costi.
C’è una scena che torna spesso nella mia mente, da quando ho letto il libro. Nel film televisivo “Paolo VI — Il Papa nella tempesta”, c’è un momento straziante in cui il Papa si trova davanti al lungo elenco di sacerdoti che chiedono la riduzione allo stato laicale. Tra essi c’è don Leone, un suo prete diocesano, che motiva la richiesta con il fatto prima di voler essere vicino agli operai, poi rivelando di essersi innamorato. Il colloquio che segue è mostrato come molto doloroso. La risposta di Montini porta il peso di una comprensione tragica: si capisce, si soffre insieme, e al tempo stesso non si può fare finta che quella promessa non esistesse. È la tensione tra misericordia e verità, che la Chiesa ha sempre faticato a tenere insieme, e che Ravagnani chiama a tenere ancora più presente.
Infine, una nota importante. Chi ha insultato Alberto Ravagnani dopo la sua uscita dal ministero ha semplicemente mostrato la faccia più brutta di una certa “gente di chiesa”. Non la prima volta nella storia, purtroppo, e probabilmente non l’ultima. Ma questo non è argomento sufficiente per concludere che la sua scelta fosse necessaria o inevitabile: il comportamento indecente di una parte dei fedeli non dice nulla sulla verità o meno di una promessa fatta. Dice soltanto che la meschinità umana non risparmia nessun ambiente, neppure quello che si proclama evangelico.
La Chiesa è fatta di uomini e di donne, impastata di imperfezione; lo è sempre stata, fin dai tempi degli apostoli che litigano su chi sia il più grande, dei papi corrotti del Medioevo, delle guerre di religione, delle complicità silenziose con i poteri forti. E tuttavia, nonostante tutto questo, in duemila anni rimane il punto di riferimento, imperfetto, contraddittorio, spesso scomodo, di credenti e non credenti. Non per meriti propri, ma (per chi crede) grazie ad una promessa che viene da Altrove.
In conclusione, non ho letto “La scelta” per trovare ragioni di condanna, né per fare la conta dei punti in cui sono d’accordo o in disaccordo. L’ho letto come si legge la testimonianza di un uomo che ha cercato davvero, che ha sofferto davvero, e che ha scelto davvero. Il rispetto che questo merita è incondizionato.
Ma il rispetto non è la stessa cosa del silenzio. Le domande che Ravagnani pone alla Chiesa sono giuste e urgenti: devono essere accolte, non archiviate. La sua lettura del Vangelo come messaggio sempre contemporaneo è corretta: la Chiesa ha ancora moltissimo lavoro da fare su questo. La sua insofferenza per le forme che ingabbiano invece di liberare è comprensibile: il discernimento sulle forme non si esaurisce mai.
Ciò che non mi convince è la radice ultima della sua scelta: l’idea che la libertà personale, quella “assoluta” di cui parla, possa essere il criterio che orienta e giustifica tutto, compreso l’abbandono di una promessa fatta in piena coscienza. Quella è una domanda che rimane aperta, e che ciascuno deve rispondere per sé. Alberto Ravagnani l’ha risposta nel suo modo. Io resto in attesa, con rispetto e con qualche inquietudine, di capire dove quella risposta lo porterà.