L’Odissea di Nolan: se si cerca Omero, meglio evitare, ma è un film che ha il suo perché
Ho visto, buon ultimo rispetto a tanti amici e conoscenti, il film “Odissea” di Nolan.
Prima di parlarne è giusto fare alcune premesse:
1) Quando mai un film è stato meglio del libro da cui prendeva ispirazione? Mai, per quanto mi riguarda.
2) Come si possono concentrare 24 densissimi canti pieni di episodi e di colpi di scena in appena 3 ore di film? Così impossibile che finora chi ha provato a portare su pellicola l’Odissea ha sempre usato la formula della miniserie con tre o più puntate.
Sulla base di queste premesse, per cui non mi aspettavo né un racconto pedissequo dell’Odissea né un rispetto rigoroso del poema omerico, occorre – a mio avviso – comprendere qual è il punto di vista del regista, cosa cioè ha voluto evidenziare ed in base al quale ha operato innanzitutto la scelta dei vari episodi da inserire nel film e poi ha costruito la narrazione che, al pari di Omero, viene posta su più piani narrativi.
Non mi soffermerò su diverse omissioni per me gravi (Nausicaa e i Feaci, l’otre dei venti, gli dei praticamente inesistenti) o su particolari che un medio classicista ritiene attentati esiziali alla verità letteraria (Ulisse che si avvicina ad Argo e lo accarezza, Eumeo cieco, la strage dei Proci opera del solo re di Itaca, Sinone che muore infilzato sul cavallo, il tentativo di far passare le armi attraverso il soffitto da parte di un servo corrotto e l’elenco è ancora lungo), ma voglio evidenziare il motivo per cui, secondo me, “Odissea” è un buon film, tipicamente americano (ma non “un’americanata”), con alcuni messaggi notevoli, ma non certo un capolavoro.
Al centro di tutto c’è Ulisse, un uomo che anche nei poemi omerici ha un posto tutto particolare nel catalogo degli eroi achei, noto più per la sua astuzia e il suo “multiforme ingegno” che è diventato nel film un campione “laico”, che sostanzialmente non crede agli dei e che è convinto che tutto sia dovuto all’intelligenza umana (e non a caso per questo Dante Alighieri lo pone all’Inferno pur ammirandolo). Questa lettura devo dire che rende onore al personaggio, meno al sistema di pensiero della Grecia antica, specie in età arcaica.
Il punto centrale, a mio avviso, è nel momento in cui Ulisse si avvia sulla zattera verso Itaca: mentre è sul mare, la voce di Calipso lo ammonisce a “lasciarsi andare” a non voler “controllare sempre tutto”, perché l’essere umano non è un robot che tiene tutto sotto controllo e la sua umanità sta proprio nel riconoscere che non può essere onnipresente, onnisciente e onnipotente. E non ho scritto “robot” a caso: nelle frasi finali del film, quando l’eroe si rivolge a Penelope spiegandole che in futuro si canterà perché non si sarà più capaci di scrivere, io ci ho visto un evidente riferimento all’intelligenza artificiale che ci sta facendo perdere la capacità di scrivere, o meglio di inventare.
Chiaro è l’intento del regista di fare una tirata contro la guerra, mostrandone la sua assurdità e la sua incapacità di risolvere davvero le situazioni, ma un altro particolare mi ha incuriosito maggiormente: il continuo riferimento alla “legge di Zeus” (motivo per cui Ulisse impedisce a Telemaco di macchiarsi del sangue dei Proci, anche questo non c’è nel poema) è, dal mio punto di vista, un richiamo al fatto che le regole sono quel minimo comune denominatore che ci rende uomini e che non possiamo piegarle ai nostri desideri e men che meno alle situazioni contingenti, quando ci sembra “cosa buona e giusta” sospendere una legge universale (e mi taccio sui possibili riferimenti di attualità, dalle follie trumpiane al giustizialismo che diventa perdonismo qui in Italia).
Insomma, Odissea è deludente se lo si vuole vedere e leggere come un film che racconta il poema omerico; è invece stimolante se si scova il sottotesto e si riflette su quanto il regista vuole comunicare.
Secondo me è un film che ha privilegiato il messaggio sul contenuto, piegato alla dimostrazione della verità del proprio punto di vista