A Rapino per la festa dell’emigrante con i sindaci ucraini: il mio intervento nel 70° anniversario della tragedia di Marcinelle

Questo pomeriggio abbiamo celebrato la “Festa dell’emigrante” a Rapino in occasione della Giornata Nazionale del Lavoro Italiano all’Estero, nel 70mo anniversario della strage di Marcinelle. Ho portato il saluto e la riflessione delle Acli di Chieti insieme ai sindaci di tre cittadine ucraine segnate dalla guerra e dal governatore di una delle province orientali del Paese:

«Autorità, gentile Sindaco, cari amici rapinesi tornati per l’estate dalle vostre case lontane, cari amici della comunità ucraina che oggi il paese accoglie tra le sue vie: buonasera a tutti.
Porto il saluto delle ACLI provinciali di Chieti, e lo faccio con un’emozione particolare, perché questa giornata cade in una data che per il movimento cattolico dei lavoratori, e per l’Italia intera, non è mai stata un giorno qualunque.
Oggi, 8 agosto, ricorre il 70° anniversario della strage di Marcinelle. Settant’anni fa, alle 8 e 10 del mattino, nella miniera del Bois du Cazier morirono 262 minatori: 136 erano italiani, tanti abruzzesi tra loro, uomini partiti dai nostri paesi con una valigia di cartone e la promessa di “carbone in cambio di braccia”. Da allora l’8 agosto è la Giornata nazionale del sacrificio del lavoro italiano nel mondo.
Non la ricordo per fare della retorica: la ricordo perché è la chiave con cui leggere tutto quello che diremo oggi. Marcinelle ci dice una cosa semplice e definitiva: chi emigra porta con sé un rischio, una fatica, spesso un dolore. E chi accoglie ha una responsabilità enorme verso chi arriva. Lo sapevano bene i nostri emigranti di ieri, che in Belgio, in Germania, in Svizzera, in America trovarono a volte le porte aperte, a volte chiuse, e imparano sulla propria pelle cosa significa essere stranieri.
Ecco perché il titolo di questa festa – un ponte tra i popoli: accoglienza, amicizia e cooperazione – non è solo bello, è esatto. Perché in questa piazza oggi il ponte si vede con gli occhi: da una parte i rapinesi che sono partiti e che tornano, portando addosso il segno di due mondi; dall’altra la comunità ucraina che questo paese ha accolto in questi anni di guerra, e che oggi è parte della vita di Rapino. Sono le due facce della stessa storia: l’Italia che ha mandato i suoi figli nel mondo, e l’Italia che oggi apre le porte a chi il mondo lo fugge.
E qui entrano in gioco le ACLI. Le Associazioni Cristiane dei Lavoratori Italiani sono nate nel 1944 proprio dentro questa storia, quella del lavoro e della dignità della persona che lavora. E fin dai primi anni Cinquanta, quando l’Italia mandava all’estero centinaia di migliaia di lavoratori, le ACLI hanno seguito quei lavoratori fuori dai confini nazionali. Non è un caso che a Marcinelle, come in tutti i bacini minerari del Belgio, in Svizzera, in Germania, siano nati i primi circoli ACLI all’estero: luoghi dove il minatore, l’operaio, la domestica italiana potevano trovare assistenza, un sindacato amico, una messa in italiano, una parola di conforto, ma anche gli strumenti concreti per far valere i propri diritti nel paese che li ospitava.
Quella storia non si è mai fermata. Oggi le ACLI sono presenti in decine di Paesi del mondo attraverso il Patronato ACLI, che assiste ogni anno centinaia di migliaia di connazionali all’estero per pensioni, contributi, pratiche previdenziali; attraverso le sedi ACLI nel mondo, che fanno rete tra le comunità italiane; e attraverso un lavoro costante di tutela e di rappresentanza dei nostri emigranti, dai pensionati che sono rimasti fuori a chi, oggi, parte di nuovo: perché la nuova emigrazione italiana esiste, ed è fatta soprattutto di giovani, spesso qualificati, che cercano altrove quello che qui non trovano.
Ed è proprio su questo che voglio richiamare un lavoro che le ACLI di Chieti hanno fatto solo due mesi fa, a giugno, a Sambuceto: insieme alle ACLI di Basilea abbiamo presentato il Rapporto Italiani nel Mondo 2025, curato dalla Fondazione Migrantes, alla presenza anche del presidente del Museo Nazionale dell’Emigrazione Italiana di Genova. Quel rapporto ci ha detto cose che dovremmo tenere bene a mente. Gli italiani iscritti all’AIRE, cioè residenti stabilmente all’estero, sono ormai oltre sei milioni: più della popolazione di intere regioni italiane. E la nostra provincia, la nostra terra d’Abruzzo, continua a essere una terra che parte: lo confermano i circoli abruzzesi sparsi da Toronto a Melbourne, da Bruxelles a Buenos Aires, dove ancora oggi si tramandano i dialetti dei nostri paesi. Rapino stessa ha la sua storia scritta anche fuori dai suoi confini, nelle famiglie rapinesi d’America, di Argentina, d’Europa, che oggi qualcuno di voi rappresenta qui in piazza.
Quel Rapporto, insieme al lavoro prezioso che il Museo di Genova fa nel custodire la memoria di centocinquant’anni di emigrazione italiana, ci consegna un compito: non lasciare che questa storia diventi solo nostalgia. Deve diventare competenza. Deve diventarci utile oggi, per capire come si accoglie bene chi arriva in Italia, perché lo abbiamo già vissuto, dall’altra parte.
Ed è questo il secondo pilastro dell’impegno delle ACLI: l’accoglienza qui, in Italia. Le ACLI non sono solo l’associazione che ha seguito gli italiani fuori, sono anche una delle grandi reti del terzo settore italiano impegnate nell’accoglienza di chi arriva da noi: attraverso i patronati, che assistono i migranti nelle pratiche di soggiorno e di lavoro; attraverso i progetti di accoglienza diffusa nei territori; attraverso l’Enaip per la formazione professionale; attraverso i circoli, che in tanti piccoli e grandi comuni d’Italia – Rapino ne è un esempio bellissimo – sono diventati luoghi di incontro reale tra chi c’è da sempre e chi è arrivato da poco.
E lo vediamo bene oggi, guardando ai nostri amici ucraini seduti tra noi. Dal febbraio del 2022 l’Italia, e i suoi piccoli comuni prima ancora dei grandi centri, hanno aperto le case, le scuole, le parrocchie a migliaia di famiglie ucraine in fuga dalla guerra. Rapino lo ha fatto. E lo ha fatto, credo, con la sensibilità particolare di una comunità che sa cosa vuol dire l’esilio, perché lo ha vissuto nei propri nonni, nei propri padri, nei propri fratelli emigrati. Chi ha avuto un familiare a Marcinelle, o in una fabbrica tedesca, o dietro un bancone in Canada, capisce meglio di chiunque altro il valore di un pasto caldo offerto a chi non ha più casa, di una parola capita nella propria lingua, di un lavoro dignitoso offerto senza sospetto.
Le ACLI credono in un’idea semplice, che è poi l’idea cristiana e costituzionale del lavoro: la persona viene prima di tutto, e il lavoro è lo strumento con cui la persona costruisce la propria dignità, ovunque si trovi nel mondo, e da qualunque parte del mondo arrivi. Per questo l’emigrazione italiana di ieri e l’immigrazione di oggi non sono, per noi, due temi diversi: sono lo stesso tema, letto da due prospettive. E il ponte di cui parla il titolo di questa festa si costruisce esattamente così: tenendo insieme la memoria di chi siamo partiti, e la responsabilità verso chi oggi arriva.
Concludo con le parole che, settant’anni fa, i familiari dei minatori di Marcinelle scrissero su una lapide del cimitero italiano, in Belgio, e che io trovo ancora oggi la sintesi più giusta di quello che dovrebbe essere per noi l’8 agosto: non un giorno di lutto soltanto, ma un giorno per ricordarci che nessun uomo, in nessuna terra, dovrebbe mai sentirsi straniero fino in fondo.
Buona Festa dell’Emigrante a tutti, e grazie a Rapino per questo ponte che oggi, ancora una volta, costruisce».

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