(Don) Alberto Ravagnani e la sua scelta: un incontro a due anni da Trieste
Ho rivisto, dopo due anni dalle Settimane Sociali di Trieste, don Alberto, anzi Alberto Ravagnani, ospite del Macondo Festival delle Narrazioni di Francavilla: quando ho saputo che era in programma la presentazione del suo libro, “La scelta”, che ho letto e commentato meno di due mesi fa, ho subito appuntato in agenda la cosa, perché mi interessava sentire il suo punto di vista direttamente, dopo tutte le vicende che lo hanno travolto dal momento in cui ha lasciato il sacerdozio.
Nella sua presentazione, Alberto ha battuto molto sul concetto di libertà, sull’interpretazione, da sempre multiforme nella società più che nella Chiesa, del concetto di Dio, sulle inevitabili diversità di opinione che i cristiani hanno della religione. Come ho già detto due mesi fa, molte delle istanze che porta avanti, come lo svecchiamento della liturgia, come un nuovo vocabolario da utilizzare nel dialogo con le nuove generazioni, come una certa sclerotizzazione dell’istituzione, le sue posizioni possono in parte essere condivisibili, ma partono comunque da un concetto di libertà quasi assoluta dall’istituzione ecclesiastica.
Una prima frase che mi ha fatto molto pensare, pronunciata quasi senza pensarci, è stata: “Io non ho più la fede cattolica, ho la Fede”, con la quale la scelta di campo che ha legittimamente fatto mi sembra chiara. E questo poteva anche bastare. Alla fine, ho chiesto la parola e gli ho fatto osservare come in 45 minuti di presentazione non avesse mai pronunciato la parola Gesù Cristo, chiedendogli quindi chi fosse Gesù per lui, oggi alla luce della sua esperienza attuale. Premettendo che è ancora un pensiero in elaborazione, ma mi ha risposto separando nettamente Gesù da Cristo, e la cosa mi è parsa ancora più stridente, poiché personalmente, al di là della dottrina cattolica, non ho mai provato possibile scindere le due cose, quindi le due nature di Cristo. Mi ha ricordato un po’ il mio esame di storia del cristianesimo all’università, quando ci parlavano dei Nestoriani, degli Ebioniti e degli Adozionisti, eresie ampiamente condannate sin dal concilio di Nicea, quindi in maniera ecumenica, Oriente e Occidente, poi definitivamente messe al bando al concilio di Efeso.
Alberto è un buon divulgatore, una piacevolissima persona, tant’è che ci siamo intrattenuti a parlare anche dopo, ricordando anche l’esperienza di Trieste, che a lui è piaciuta tantissimo e che ricorda anche con una certa nostalgia, però, come gli ho detto, io, che fino a 22 anni ho pensato di prendere la sua strada (anche con quasi le sue stesse motivazioni psicologiche che descrive nel libro) ma che poi ho lasciato stare proprio perché ritenevo di poter far meglio da laico, avrei al posto suo lavorato ad una riforma “da dentro” l’istituzione. Ma tant’è: ognuno fa la sua scelta, per l’appunto.
Non sono d’accordo con i contenuti della sua riflessione, ma mantengo ancora una certa simpatia per chi, come lui, sa interrogarsi e non ha paura di vedere la propria realtà in faccia e provoca tutti ad una riflessione sui fondamenti della propria fede.