Eva Cantarella ci spiega il conflitto generazionale: c’è sempre stato!

Quante volte lo abbiamo letto, sentito, pensato? Che i figli di oggi non rispettino più i genitori. Che le famiglie siano diventate luoghi di tensione, di distanza, di conflitto. Che qualcosa si sia rotto e che questo “qualcosa” sia una novità della modernità, una frattura senza precedenti nella storia dell’umanità.

Ho appena finito di leggere un dittico di Eva Cantarella, una delle più grandi storiche del diritto antico che abbiamo in Italia, che smonta questa convinzione pezzo per pezzo: Non sei più mio padre (dedicato al mondo greco) e Come uccidere il padre (dedicato al mondo romano). Due libri che insieme costruiscono un affresco sconvolgente e, per certi versi, consolatorio: il conflitto tra generazioni non è una patologia contemporanea. È strutturale alla condizione umana. Era già lì, nei miti, nelle leggi, nelle tragedie, nella quotidianità delle famiglie di duemila e più anni fa.
Cantarella parte dai miti della teogonia narrati da Esiodo: Urano che impedisce la nascita dei suoi figli, Crono che riesce comunque a venire alla luce nutrendo un odio feroce verso il padre e che poi, a sua volta, divora i propri figli per paura di essere spodestato. Il ciclo della violenza generazionale comincia già dagli dèi: il terrore del padre verso il figlio che crescerà e lo scalzerà; la ribellione del figlio che vuole esistere, affermarsi, diventare. L’autrice evoca una galleria impressionante di personaggi: da Crono, signore dei Titani e divoratore dei suoi stessi figli, a Teseo, il parricida che finisce per uccidere il proprio figlio; da Telemaco l’obbediente a Ettore il saggio, tanto come padre quanto come figlio; dai ribelli Antigone e Oreste a Medea, la madre assassina. 
Nella tragedia classica troviamo Agamennone e Oreste, Teseo figlio di Egeo, Giasone e i suoi figli, e nella commedia il giovane Schifacleone che si scontra col vecchio padre Filocleone nelle Vespe di Aristofane: il figlio che vorrebbe liberarsi del padre invecchiato e ingombrante… questo era materiale da teatro, da risate, da riconoscimento di massa. Il pubblico ateniese ci si vedeva dentro.
Il conflitto tra giovani e gerontocrazia si lascia leggere alle origini stesse della nostra civiltà, là dove i giovani entrano in rotta di collisione con il potere dei vecchi, secondo modalità e procedure che la lettura del mondo antico porta progressivamente alla luce. 
Se nel mondo greco la tensione era già presente, a Roma diventa qualcosa di ancora più radicale e istituzionalmente strutturato. Il conflitto tra padri e figli romani era incomparabilmente più forte di quello tra padri e figli greci.  E la ragione è giuridica, prima ancora che psicologica.
La patria potestà a Roma (scoperta sconvolgente in questi termini!) non finiva con il compimento della maggiore età dei figli, ma esisteva sino a che il padre era in vita: un figlio di quarant’anni, magistrato, senatore, generale vittorioso, era ancora giuridicamente nella mano del padre. Fino al momento in cui i figli avevano un ascendente maschio ancora in vita, erano sottoposti alla patria potestas e venivano definiti alieni iuris, “di diritto altrui”, in contrapposizione al padre che era sui iuris, “di diritto proprio”.  In termini moderni: il figlio non era soggetto di diritto. Non possedeva nulla. Non poteva fare nulla senza il consenso del padre.
Nei diritti che il pater familias poteva esercitare sui membri della propria famiglia rientravano l’esposizione dei figli alla nascita, la vendita come schiavi, la messa a morte.  E Cantarella riporta casi concreti, documentati: come quello di Lucio Giunio Bruto, i cui figli erano accusati di voler restaurare la monarchia di Tarquinio che lui stesso aveva cacciato. Egli, che poteva procedere all’esecuzione privata in forza della sua patria potestas, scelse invece di farli arrestare, fustigare, legare al palo e decapitarli in pubblico. Preferì vivere senza figli piuttosto che sottrarsi al suo ruolo di pubblico vendicatore. 
Di fronte a un potere tanto schiacciante, non stupisce che la risposta più estrema, l’eliminazione del padre, diventasse un fantasma collettivo. Secondo lo storico Paul Veyne, il parricidio era a Roma una vera e propria “nevrosi nazionale”, non tanto per la sua frequenza statistica, quanto per l’angoscia sotterranea che generava. La casistica era così ampia che non deve sorprendere il fatto che il parricidio venisse regolamentato nei testi giuridici e menzionato nelle opere letterarie.  Chi uccideva il padre veniva punito con la “poena cullei”: cucito in un sacco di cuoio insieme a un cane, un gallo, una vipera e una scimmia, e gettato in mare o in un fiume. Una pena di una ferocia simbolica straordinaria che dice molto su quanto lo Stato romano temesse quel gesto, e su quanto quel gesto evidentemente avvenisse.
Cosa ci insegna tutto questo?
Secondo me che la famiglia non è mai stata un’isola felice sepolta nel passato, un paradiso perduto che la modernità avrebbe corrotto. L’ipotesi secondo la quale la famiglia infelice nascerebbe solo con la modernità viene smontata dalle fonti stesse.  Le tensioni tra padri e figli, la difficoltà di passare il testimone, la resistenza dei vecchi a cedere potere e la frustrazione dei giovani che non riescono ad affermarsi, tutto questo attraversa i millenni senza soluzione di continuità.
Cantarella non scrive per rassegnarci, ma per farci capire che certi conflitti appartengono alla struttura stessa delle relazioni umane e che affrontarli con consapevolezza (storica, giuridica, culturale) è l’unico modo per non esserne travolti.
Due libri illuminanti oltre che piacevoli…

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