Il 2 giugno: celebriamo l’Assemblea Costituente più che il referendum istituzionale!
Come più volte ho scritto, il 2 giugno andrebbe celebrato con maggiore enfasi non tanto il Referendum istituzionale, i cui risultati vennero proclamati solo il 18 giugno (e in maniera controversa), ma l’elezione dell’Assemblea Costituente, che ebbe il compito di scrivere la nuova Costituzione, indipendentemente dal fatto che gli Italiani avessero scelto la Repubblica o la Monarchia.
Il vero capolavoro di quel periodo fu proprio la Costituzione, che in 78 anni ci ha garantito democrazia e libertà, e non la scelta istituzionale, che – sembra strano dirlo, ma oggettivamente è così – era secondaria rispetto alla rifondazione dello Stato dopo la dittatura fascista che aveva stravolto lo Statuto Albertino, che comunque aveva dimostrato la sua mancanza oggettiva di garanzie liberali, avendo contribuito a legittimare l’instaurazione della dittatura “a norma di legge”.
La scelta dell’allora luogotenente del Regno, poi Re, Umberto II, fatta insieme ai partiti del CLN, di puntare su una nuova Carta Costituzionale, non più “ottriata”, ossia concessa dal sovrano, ma frutto del confronto fra le forze politiche rappresentative del popolo, quello sì sovrano, dimostra come la forza di uno Stato sta nel modo in cui si articola la sua rappresentanza e la sua architettura politico-istituzionale e non in chi lo rappresenta materialmente (Re o Presidente della Repubblica).
Del resto, la Repubblica dovette attendere giorni e giorni per essere proclamata e comunque fu l’Assemblea Costituente, votata il 2 giugno, a confermare i poteri di Capo dello Stato provvisorio ad Alcide De Gasperi, dopo la decisione (irrituale) del Governo italiano nella notte tra l’11 e il 12 giugno 1946. Con ciò dimostrando la superiorità dell’Assemblea Costituente rispetto a chi avrebbe rappresentato lo Stato.
Re Umberto II ebbe la sensibilità e la capacità politica di intuire che, nonostante le incertezze e i dati mancanti (oltre che ai milioni di voti non espressi da parte di prigionieri di guerra e nelle province ancora nel limbo politico dei vincitori), la maggioranza – seppur risicata – aveva scelto la Repubblica, ma soprattutto a comprendere – come disse – che “una Repubblica può reggersi con il 51% dei voti, una Monarchia no, perché essa non è un partito politico”. La sua scelta di partire in volontario esilio (ma senza abdicare) salvò l’Italia da una nuova guerra civile e diede l’avvio alla nuova fase della storia nazionale.
Perciò oggi preferisco celebrare (accanto – accanto – alla scelta della Repubblica, che io non avrei fatto allora, così come la maggior parte dei miei concittadini di Miglianico) la grande epopea dell’Assemblea Costituente, che diede all’Italia una Costituzione non perfetta, ma che ha garantito a tutti democrazia, libertà e pace e lo ha fatto nel confronto fra tradizioni e visioni differenti, che hanno saputo armonizzarsi e dare all’Italia un assetto istituzionale che oggi in troppi stanno smontando pezzo per pezzo, a partire dal 2001 (riforma del titolo V).
Non è importante chi rappresenta materialmente lo Stato, se esso sia Re o Presidente, ma che la sua articolazione, la sua Costituzione, garantisca libertà e democrazia.
Oggi festeggio insieme a tutti gli Italiani, orgoglioso di essere italiano: le sfumature del mio pensiero non mi impediscono di far garrire la mia bandiera tricolore dal mio balcone. La Repubblica è un dato di fatto, quindi viva la Repubblica, ma essa non è un dato eterno.