Il vibrante racconto della tragedia di Marcinelle: a Vacri un recital di Giorgio Pasotti
Ci sono momenti che ti entrano dentro e non ti lasciano più: quello di oggi al Centro Sociale di Vacri è stato uno di quelli.
“I fatti di Marcinelle”, per la regia di Davide Cavuti (abruzzese doc, e si sente, si sente forte, nonché cittadino onorario di Vacri) è stato molto più di uno spettacolo teatrale. È un atto di memoria civile, di rispetto, di gratitudine verso chi non c’è più e verso chi è sopravvissuto portando dentro per sempre il peso di quel giorno.
La storia, per noi abruzzesi, è nota: l’8 agosto 1956 (ma Nino Di Pietrantonio che era un bimbo di 10 anni allora ed era presente in sala, ci ha spiegato che era il 6 e non l’8, come riportato dagli atti del processo che si concluse con tutte assoluzioni e una sola condanna a sei mesi e senza risarcimenti per le famiglie delle vittime), nelle miniere del Bois du Cazier, a Marcinelle, in Belgio, morirono 262 minatori. 136 erano italiani. Tanti erano abruzzesi. Tanti avevano lasciato questi stessi paesi, queste stesse strade, in cerca di un futuro che quel maledetto giorno si spezzò per sempre sottoterra.
Sul palco, Riccardo Iezzi e Riccardo Di Sante hanno dato voce e corpo a quella tragedia con un’intensità rara: vibranti, commoventi, capaci di portarti dentro la miniera senza che tu possa fare nulla per uscire prima che sia finita. A loro si è affiancato Giorgio Pasotti, guest star d’eccezione, che con pathos e anima vera ha intramezzato le interpretazioni e tenuto alto il filo emotivo di tutta la narrazione. Una presenza preziosa che si è alternata con la voce della cantante Libera Candida D’Aurelio che ha interpretato alcune struggenti canzoni d’emigrazione.
Ma il momento più potente è arrivato alla fine.
Levino DI Placido, presidente degli Abruzzesi a Charleroi e già mio collega come presidente delle Acli belghe, ha raccontato di suo padre, minatore, scampato alla tragedia per puro caso l’8 agosto 1956. Il caso. Quella parola che pesa tonnellate quando pensi a cosa sarebbe stata una vita diversa, la sua, quella della sua famiglia, la nostra storia collettiva,se le cose fossero andate di un millimetro in altra direzione.
E poi il già citato Nino Di Pietrantonio, che in quella miniera il padre lo ha perso davvero. Ha parlato. E si stava in silenzio assoluto. Da quel giorno d’agosto di 70 anni fa è diventato uno dei custodi e divulgatori più instancabili della memoria della tragedia di Marcinelle, raccogliendo quaderni di ricordi e testimonianze dirette, lottando per far emergere tutti i dettagli storici sugli eventi che innescarono l’incendio che trasformò la miniera in un inferno di fuoco e che la magistratura belga trattò frettolosamente e con tanti errori.
Nella sala polivalente, intorno a noi, erano esposti oggetti originali dei minatori degli anni Cinquanta: elmetti, utensili, un abito da lavoro. Cose vere, toccate da mani vere, da uomini che sono andati a lavorare e non sono tornati. Da brividi. Un brivido fisico, non metaforico.
Certe storie non si possono dimenticare. Certe storie non devono essere dimenticate. E quando il teatro, fatto così, con questa cura e questa umanità, si mette al servizio della memoria, succede qualcosa di importante: la storia smette di essere una data su un libro e torna ad essere carne, voce, respiro.
Grazie a chi ha voluto e realizzato questa serata. Grazie a Vacri per averla ospitata. A noi tocca il compito, come ha detto Nino al termine del suo intervento, di trasmettere tutto questo ai ragazzi e ai giovani per testimoniare come l’emigrazione italiana ha pagato un prezzo alto per far tornare il nostro Paese ai livelli di industrializzazione degni del nostro ruolo e della nostra importanza