Il mio intervento al XVII Premio “Paride Di Federico”
Non so quanti grazie devo dire oggi per lo splendido pomeriggio trascorso con i miei alunni che hanno voluto partecipare alla XVII edizione del Premio Paride Di Federico, che ha fatto da prologo al Premio PoetaMi – Miglianico Borgo in poesia di quest’anno, ma soprattutto ringrazio della possibilità che ho di “spiegare” la poesia che di volta in volta viene scelta come tematica da offrire ai ragazzi per la composizione della lirica da mandare al concorso. Già la poesia-guida di quest’anno mi piaceva tantissimo, ma poi ascoltarla musicata da Alfredo Scogna è stato un brivido in più.
Questa la mia presentazione di oggi:
Appena iniziamo a leggere, accade qualcosa di strano.
La parola sbagliata / è muscolo
Un muscolo. Non una freccia, non un coltello, le metafore che ci aspetteremmo. Un muscolo. Paride sceglie questa immagine con grandissima precisione, e adesso vi spiego perché è geniale.
Un muscolo ha due movimenti opposti e inseparabili: si distende e si contrae. Non può fare l’uno senza provocare l’altro. E Paride lo dice esplicitamente:
distende chi l’ha data / per contrarre chi la prende.
Chi lancia la parola sbagliata si libera, si scarica, si distende — come un muscolo che si rilassa dopo una tensione. Ma chi la riceve si stringe, si chiude, si contrae — come lo stesso muscolo che si accorcia e fa male.
C’è qualcosa di fisiologico, di corporeo nella parola sbagliata. Non è solo un fatto psicologico: è un fatto fisico. Tutti voi avete sentito una parola atterrare nello stomaco. Paride lo sapeva.
Poi il poeta fa una cosa bellissima sul piano del suono. Elenca aggettivi:
mai non è piana, / bensì striata, / rugosa, ruvida
Provate a dirli ad alta voce: striata, rugosa, ruvida. Sentite come sono scomodi in bocca? Come graffiano? Paride sceglie parole che assomigliano a ciò che descrivono. Questa tecnica si chiama fonosimbolismo — quando il suono di una parola evoca la sua stessa qualità. La poesia non vi dice soltanto che la parola sbagliata è ruvida: ve lo fa sentire sulla lingua mentre la leggete.
E poi aggiunge: mal detta e mal interpretata. Eccolo, il primo grande nodo. La parola sbagliata vive in due momenti: nel momento in cui viene pronunciata e nel momento in cui viene ricevuta. E in entrambi i momenti può sbagliare strada.
Arriviamo al cuore “filosofico” della poesia:
La parola sbagliata / è involontaria, / è proferita / senza stare a pesar l’aria
Senza stare a pesar l’aria. Questa è un’immagine meravigliosa. Le parole pesano — ma noi spesso le lanciamo senza pesarle. Come si butta un sasso senza guardare dove cade.
E poi:
è recepita / e il senso varia.
Tra chi parla e chi ascolta, il senso cambia. Sempre. Perché ognuno di noi ha una storia diversa, una ferita diversa, un orecchio diverso. La parola sbagliata non è sempre cattiva: a volte è distratta. A volte è solo umana.
Nella strofa finale Paride fa qualcosa di straordinario. Dopo averci accompagnato per tutta la poesia, scrive:
La parola sbagliata / è muscolo striato involontario.
Aspettate. Chi di voi ha studiato un po’ di scienze sa che questa è una contraddizione biologica. I muscoli striati sono quelli che controlliamo volontariamente — le braccia, le gambe. I muscoli involontari — come il cuore — sono lisci, non striati. Un muscolo striato involontario, in medicina, non esiste.
Eppure esiste nella parola sbagliata. Perché la parola sbagliata è esattamente questo: qualcosa che sembra controllabile — le parole le scegliamo noi, no? — ma che poi scappa di mano, involontaria, inaspettata. È la definizione perfetta dell’errore umano: crediamo di tenere in mano le redini, e invece il cavallo è già partito.
E poi, il verso più corto e più potente di tutta la poesia:
La parola sbagliata / è cuore.
Un verso solo. Due parole. Paride si ferma. E in quel silenzio, tutto cambia. La parola sbagliata non è più un errore grammaticale, non è più un muscolo anatomico: è il cuore. È la cosa più centrale e più involontaria che abbiamo. Il cuore batte senza che lo decidiamo. Il cuore può ferirci e farci vivere nello stesso istante.
Si sostituisce ad esso, / pompa fiele anziché amore.
La parola sbagliata prende il posto del cuore e pompa — come fa il cuore, con quella stessa forza ritmica e necessaria — ma non sangue: fiele. Veleno. L’amarezza che avvelena invece di nutrire.
Nel 2025, l’Oxford Dictionary ha scelto come parola dell’anno “rage bait” — letteralmente esca per la rabbia. Sono quei contenuti online costruiti apposta per farvi arrabbiare, per farvi reagire d’istinto, per farvi cliccare, gridare, condividere senza pensare.
Vedete la differenza con la poesia di Paride?
La parola sbagliata di Paride nasce dall’involontarietà — dal non pesare l’aria. Il rage bait è la sua versione cinica e premeditata: qualcuno ha pesato l’aria benissimo, e ha scelto di usarla come arma.
Paride scriveva di un errore umano, caldo, muscolare, cardiaco. Il rage bait è un algoritmo freddo che studia le nostre ferite e ci spara dentro, di proposito.
Ma la domanda che questo concorso vi pone — e che i vostri testi hanno cercato di rispondere — è più antica e più urgente di qualsiasi algoritmo:
Si può rimediare a una parola scagliata male?
Non ho la risposta. Ce l’avete voi, in quello che avete scritto.
Una cosa sola, per finire: Paride Di Federico sapeva che le parole non sono ornamenti. Sono muscoli. Sono cuori. Hanno forza fisica, hanno involontarietà, hanno conseguenze che non sempre vediamo.
Voi, ragazze e ragazzi, avete accettato la sfida di misurarvi con questa idea. Avete preso in mano parole — le vostre — e le avete pesate. Avete fatto esattamente quello che Paride ci chiedeva: stare a pesar l’aria.
E questo, già da solo, è un atto di coraggio.