“Zvanì”: il tentativo di ridurre a fiction una vita sostanzialmente noiosa, quella di Giovanni Pascoli
Ero particolarmente perplesso dall’idea che qualcuno avesse pensato di realizzare un film sulla vita di Giovanni Pascoli che, seppure sia stato un grande poeta che ha attraversato un’epoca letteraria abbastanza complicata ed affollata di voci poetiche di diverso tenore (da Carducci a d’Annunzio), non ha avuto un’esistenza così ricca di episodi e di interesse per il pubblico, men che meno per un pubblico televisivo, ancor meno per un pubblico contemporaneo abituato ad essere solleticato da ogni tipo di retroscena.
Devo dire che il film è stata, con qualche minima concessione ad aspetti meno edificanti della vita di Pascoli (come la tendenza a risolvere nell’alcol la pesantezza di alcune caratteristiche della sua esistenza, tant’è che la sua prematura morte fu dovuta alla cirrosi epatica, poi ufficialmente registrata come “cancro allo stomaco” per l’intervento della sorella Mariù, preoccupata di mantenerne il buon nome) e con qualche forzatura qua e là (il rapporto con le sorelle, che, sebbene molto stretto, non trascese mai in ambiguità), la perfetta descrizione della vita del poeta: una noia infinita, segnata dalla tragedia della morte violenta del padre, seguita a ruota dalla madre, dai fratelli maschi e da alcune delle sorelle, una continua assunzione di responsabilità nei confronti del “nido familiare”, quasi un senso di colpa che lo ha attanagliato fino alla fine. Quindi, il film è perfetto nel suo intento narrativo, ma ovviamente tale adesione completa alla vita di Pascoli si traduce in una pellicola francamente poco intensa e poco “televisiva”: un applauso comunque a chi ha avuto il coraggio di portare sul piccolo schermo la vicenda umana di un grande poeta (che fa parte della mia triade di preferiti) i cui temi ispiratori erano già “fuori moda” allora, figuriamoci adesso!