Rileggere 1984 di Orwell e rabbrividire…
Rileggere in questi giorni quel gran capolavoro di George Orwell, “1984”, mi fa venire i brividi circa la penetrazione che ormai ha avuto l’idea che solo ciò che è utile va imparato (e insegnato), riducendo la lingua stessa a poche e ricorrenti espressioni senza la varietà di sfumature che ci permette di pensare e di distinguerci. Cito a caso le espressioni che nel 1948 (cioè, dico, 1948… quasi ottanta anni fa!) potevano essere più o meno sinistre e lontane profezie, ma che si stanno drammaticamente avverando:
«(…) Non capisci che la nuova lingua non mira ad altro che a ridurre la gamma dei pensieri? Arriveremo a distruggere la possibilità stessa del “pensierocrimine” perché mancheranno le parole per esprimerlo. Basterà una sola parola, un solo significato rigidamente circoscritto, per esprimere ogni concetto necessario: tutti i significati sussidiari saranno stati cancellati e dimenticati».
«(…)Ogni anno sempre meno parole e lo spazio della coscienza sempre un po’ più ristretto (…)».
«(…)Che senso avrà mai uno slogan come “La libertà è schiavitù” quando il concetto stesso di libertà sarà stato abolito? Sarà diverso tutto il modo di pensare. Anzi, non ci sarà proprio più quello che per noi oggi è il pensiero. Ortodossia significa non pensare – non aver bisogno di pensare. Ortodossia significa incoscienza».
«(…) Solo chi non capiva poteva accettare le più clamorose violazioni della realtà, perché non vedeva l’enormità di quel che gli si chiedeva di accettare, e perché non era abbastanza interessato alla vita sociale da notare i fatti. E, poiché non capiva, non perdeva la ragione. Semplicemente ingoiava ogni cosa, e quel che ingoiava non lo danneggiava, perché non lasciava residui (…)».
«(…) Se, infatti, il benessere e la sicurezza toccassero a tutti, la grande massa di esseri umani che sono normalmente storditi dalla povertà riceverebbero un’istruzione e imparerebbero a pensare con il loro cervello; e, se questo avvenisse, prima o poi capirebbero che la minoranza dei privilegiati non avrebbe alcuna funzione sociale, e se ne sbarazzerebbero. Nel lungo periodo una società gerarchizzata poteva esistere solo poggiando sulla povertà e sull’ignoranza».
E poi le riflessioni sulla “necessità della guerra” sono, in quel mondo che Orwell viveva, appena uscito dalla tragedia della Seconda Guerra Mondiale, quasi degli esorcismi che purtroppo non hanno funzionato, visto il folle riarmo che stiamo vivendo:
«(…)Il problema era questo: far girare l’industria senza aumentare la ricchezza reale del mondo. Bisognava produrre le merci, ma non bisognava distribuirle. E nei fatti un simile obiettivo si raggiungeva solo attraverso la guerra perenne. L’essenza della guerra sta nella distruzione delle opere umane, non necessariamente delle persone. La guerra serve a dissolvere (…) quei materiali che potrebbero agevolare la vita delle masse e quindi, nel lungo periodo, renderle troppo intelligenti. Anche quando le armi belliche non sono andate distrutte, costruirne di nuove consente di utilizzare forza lavoro senza che si produca alcunché per il consumo».
«(…) la gente sa di essere in guerra e, pertanto, in pericolo, ritiene che solo cedendo tutto il potere a una piccola casta si otterranno le condizioni per la sopravvivenza. La guerra, si vedrà, compie la distruzione necessaria, ma la compie in maniera psicologicamente accettabile».
«Non è importante che la guerra sia effettivamente in corso, e, poiché non è possibile una vittoria decisiva, non è nemmeno importante che la guerra stia andando bene anziché male. Occorre semplicemente che esista uno stato di guerra. La rinuncia all’intelligenza (…) più facilmente si ottiene in clima di guerra (…)».
Illuminante, poi, un passaggio sul progresso tecnologico (ripeto, sono cose scritte nel 1948!):
«(…) il progresso tecnologico si dà solo perché possa servire a limitare in qualche modo la libertà degli individui. In tutte le arti utili il mondo non muove un passo in avanti, oppure va indietro. I campi li lavorano gioghi di cavalli, i libri li scrive qualche macchina».
Adoro la letteratura. Ho paura di chi la vuole abolire o ridurre ad antologia.